Al Duse di Genova e in tournée

Una sincerità teatrale che ripercorre senza mai cedere al “già visto” o “già sentito”è il bagaglio artistico e umano di Pino Petruzzelli, sempre on the road,  in ogni parte del mondo come a “Kilometro zero”.

In  questa stagione di terza guerra mondiale diffusa , che fa esplodere le bombe a grappolo di vecchi e nuovi razzismi, ripropone la sua esplorazione tra Rom e Sinti.  Racconta uno sterminio che ha avuto meno testimonianze degli altri: “L’olocausto dimenticato “ degli Zingari nei campi di concentramento nazisti  dove cinquecentomila furono assassinati per colpa di un  “gene del nomadismo” all’epoca conclamato in studi scientifici e tesi di laurea e di un antico melting pot di etnie.

Lo spettacolo è approdato al Duse di Genova dopo il debutto nazionale della scorsa estate al Fertival di Borgio Verezzi e una presentazione al Quirinale accompagnato dalle note di Gennaro Spinelli al violino e di Evedisce Spinelli all’arpa. L’assenza di musica sulle scene della tournée può subito creare qualche rammarico ma subito Petruzzelli lo annulla con lo strumento della sua voce, che intona un concerto , da non perdere, di emozioni e riflessioni: una lezione per chi  a volte abbandona a quello stile affabulatorio che nella ricerca del “tono” dimentica le sequenze logiche del pensiero.

In questa poesia che pesa le parole come pietre, nella consapevolezza che oggi basta un niente per strumentalizzare un pubblico che non ha avuto (o non ancora) il tempo si sedimentare la storia, la retorica e i toni predicatori non fanno parte degli ingredienti.

Le fonte alle quali l’artista attinge, documenti antichi, rapporti agghiaccianti del Novecento, esigenze politiche, seduzioni romantiche, intellettuali Rom e Sinti autorevoli, in primis  Predgrav Matvejevic o la poetessa Mariella Mehr,   sono  rielaborate attraverso consapevolezza conquistate sul campo  e raccontate una prima volta in “Non chiamarmi Zingaro” che filtrava costumi e tradizioni attraverso  la sensazione di una diversità vissuta come vergogna di un’identità spesso nascosta dietro il successo.

A questo punto saldare i due percorsi non sarebbe facile ma certamente ne varrebbe la pena.

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