Ascanio Celestini torna in scena con Radio Clandestina, il suo storico monologo sul razzismo drammaticamente attuale

Ascanio Celestini, “folletto” antropologo prestato al teatro, va in scena al teatro Jenco di Viareggio dopo più di vent’anni con un suo vecchio monologo sempre attuale: Radio Clandestina. La stagione di questo teatro viareggino ha fatto proprio l’assunto di Marco Martinelli, anima fondante del Teatro delle Albe di Ravenna, che con i suoi Refrattari afferma: “…una coltura teatrale è possibile se non si ha l’animo da mercanti, e se si accetta la sfida di far vivere un teatro dentro la città”.

Ascanio Celestini lo avevo incontrato tanto tempo fa al Teatro Verdi di Fiorenzuola quando la stagione era ancora egregiamente diretta da Paola Pedrazzini. Lo stesso spettacolo che l’8 marzo rivedremo in questa città toscana è sicuramente uno dei suoi più incalzanti pezzi, recitati tutti di un fiato, senza apparenti pause, quasi fosse un’unica implacabile e interminabile frase bernhardiana, sull’eccidio delle Fosse Ardeatine. E gli avevo chiesto come il suo monologo avesse voluto affrontare la normalità del razzismo che avviluppò gli italiani nel ‘38 (con le drammaticamente celebri leggi razziali promulgate dal regime fascista e controfirmate dal re Savoia) quasi senza che se ne accorgessero.

“Sì, era tutto scusabile. L’atto clamoroso del razzismo di stato, istituito nel ‘38, in maniera netta e gravissima, all’inizio fu preso come una innocua cosa soft. Vorrei dire una cosa peggiore: quando ci fu un rastrellamento a Roma, nel quartiere ebraico, portarono via più di mille persone e ad ognuno si diceva che dovevano chiudere la porta e conservare la propria chiave. È questa la vera sapienza del torturatore: dare la speranza di poter ritornare ad aprire la porta della propria casa, dare l’illusione di tutelare una parte della sua dignità. E di tutti quei deportati ritornarono solo quindici persone”.

Ascanio Celestini è da più di vent’anni una realtà preziosa del nostro teatro. È un autore-attore che non si risparmia, che va in scena un numero stratosferico di volte durante l’arco di un anno. Anche contemporaneamente con 4 spettacoli, uno più travolgente dell’altro.

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano qui

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