Basta una parola per scatenare il gioco al massacro in “Carnage”, nuova produzione del Nazionale di Genova in scena al Duse dal 2 al 14 dicembre. Tra quattro personaggi abituati a esercizi di bon ton e faticosa civiltà, secondo un ingranaggio già azionato da Yasmina Reza in “Prenom”, lo scontro all’ultimo sangue, anche qui è inevitabile fin dalla prime battute. Ma come nei gialli di cui si conosce già l’assassino ma quel che conta è il come e il come mai, la tensione non si allenta e lo spettatore si ritrova invischiato in un progressivo svelarsi dei personaggi: fin da quando un improvvido “armato di bastone” pronunciato dai genitori della vittima, che ai genitori dell’aggressore sembra una violenza verbale peggiore di quella concreta che ha spaccato i denti al compagno, scatena il minuetto, poi la sarabanda, infine un sarabanda “ bolero” sempre più incalzante di ipocrisie.
Antonio Zavatteri entra nelle fragilità di tutti con un approccio chirurgico fulminante.
Deve confrontarsi sia con un certo cult senza frontiere che da alcuni decenni, circonda dell’autrice, sia con quello che ci si aspetta da un certo modo di fare commedia “alla francese”, sia con la trasposizione cinematografica, ambientata a New York, che ne ha fatto Polanski.
Non li ignora ma, per fortuna, può contare sull’esperienza propria e dei suoi attori che lo libera a buon dirittto da ogni soggezione.

In un ambiente minimal dove le scena e luci di Dernand Bovey lasciano in evidenza soltanto gli oggetti che servono a puntellare i caratteri e, a un certo punto, a movimentare drammaticamente il duello, si confrontano e scontrano: Annette (Francesca Agostini) promotrice finanziaria, Alain avvocato difensore si una multinazionale farmaceutica votata al profitto (Antonio Zavatteri), Veronique (Alessia Giuliani), scrittrice impegnata sul fronte sociale, Michel (Andrea Di Casa) grossista di materiali edili e d’arredo. Battuta dopo battuta, finiscono per mettere in gioco i rispettivi rapporti di coppia, i ruoli e le idee che hanno sempre sventolato al cospetto del mondo come bandiera della propria identità. Coltivano inaspettate solidarietà, maschili e femminili, infantili e disoperate
Si smascherano? Qui la lettura di Zavatteri entra nel vivo e accompagna senza forzature l’identificazione di guarda . Alle prese con un testo che, in passato, qualcuno ha voluto avvicinare anche a Bunuel, toglie ogni patina di illusione al fascino discreto della borghesia senza predicozzi, sottintesi, caratterizzazioni di maniera. Annette, Veronique, Alain e Michel si smascherano accompagnati dalle risate del pubblico ma non sono maschere, Forse non hanno neppure recitato proditoriamente il loro ruolo nella società che, indipendentemente dallo status, coltiva un’aggressività che può avere la sua catarsi anche nella commedia.
Zavatteri ha fatto la scelta giusta puntando su attori non soltanto rodati da una lunga sintonia ma allenati, fin dai tempi della scuola delo Stabile all’ascolto reciproco non all’isolamento nella propria battuta. Polanski aveva concluso questa guerra tra genitori con l’immagine dei due bambini che, giocano insieme.Qui lo si evita, non si fanno sconti alla crudeltà grottesca. E va bene così.

