Christos Papadopoulos: un’onda travolgente il suo “my fierce ignorant step”

Il gruppo dei dieci danzatori si dispone in silenzio sul palco. Poi comincia a eseguire piccoli spostamenti dei piedi e della testa su un ritmo di percussioni: a destra e a sinistra, avanti e indietro.

Ogni volta ripete la sequenza aggiungendo qualcosa, in crescendo: un movimento, un passo, una direzione, un accento, un’oscillazione, un’intenzione.

A poco a poco, quell’intenzione solo accennata si perfeziona: diventa il filo, individuale e al tempo stesso collettivo, per costruire davanti al pubblico una trama sempre più veloce, fitta e compatta: un’onda sonora, visiva, fisica, dall’impatto travolgente. Un viaggio dove ognuno, purrimanendo sé stesso in mezzo agli altri, è anche il soggetto di una potente condivisione collettiva.

Non c’è mai un attimo di pausa in “My FierceIgnorant Step”, il lavoro di ChristosPapadopoulos che il 19 novembre ha chiuso al Teatro Ariosto il Festival Aperto Reggio Emilia. Non c’è mai un momento di quiete. Solo un fluire di energia libera, generata dalla sua stessa natura.Gli artisti danzano per un’ora senza mai fermarsi.Fino a raggiungere il momento, l’apice, in cui, forse, non sarebbe possibile continuare.

Per comporre questa ‘ipnotica’ partitura fatta dicorpi, voci, respiri, lampi di luce e suoni, il coreografo si è ispirato ai ricordi della sua infanzia, a quella sensazione di libertà, incanto, volontà, desiderio, forza, resistenza.

L’opera si interroga sulla verità della giovinezza, dello slancio e del coraggio, sulla loro forza e fragilità, e su come il corpo possa farsi voce di una condizione universale: la gioia e la fatica dell’essere vivi. La lotta, l’amore, la vitalità.

“A un certo punto della mia vita ero diventato pessimista – ci racconta a margine dello spettacolo – allora ho cercato nella mia infanzia ed è, in quei ricordi, che ho trovato quell’ottimismo che fa parte della storia di tutti noi”.

Il desiderio di Papadopoulos era anche di elaborare l’influenza dell’opera musicale AxionEsti di Mikis Theodorakis, ispirata alla poesia di Odysseas Elytis. Non è la musica in sé il soggetto, ma il paesaggio condiviso che essa evoca un luogo della memoria collettiva che vive dentro di noi, capace di riattivare un passato che non è mai davvero trascorso.

Quel passato, viene da pensare, lo vediamo dolorosamente nelle immagini che ci giungono da Gaza, nei luoghi delle guerre e dei conflitti, e persino a casa nostra. Sono immagini di bambini che giocano fra le macerie, o che sognano mondimigliori. Sono immagini di adulti che hanno perso tutto ma festeggiano un compleanno da sfollati o profughi, ancora capaci di sorridere, amare, lottare. Siamo tutti noi, se torniamo a chi eravamo.  

La poetica di Papadopoulos, già acclamato per lavori come Ion, Elvedon e Larsen C , si è arricchito qui di un tono più personale e corale. Il coreografo ha lavorato su un’idea di “togetherness”, una comunanza che unisce politica e amore, ritmo e ascolto, corpo e suono.
Il risultato: una coreografia minimale e potente, in cui i corpi dei danzatori pulsano come strumenti musicali, generando un paesaggio fisico e sonoro travolgente.

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