Preannunciato dall’estero come arduo e scomodo, “Sette bambine Ebree. Pièce per Gaza” di Caryl Churchill, che ha debuttato al Duse di Genova nel Giorno della Memoria in una produzione del Nazionale, può suscitare più di una perplessità ancora prima di andare in scena.
Dai tempi del suo concepimento, dopo il bombardamento israeliano del 2006 sulla Striscia, sotto i ponti della Storia sono passati altri fiumi di sangue, alimentati da diversi sorgenti e affluenti. Decifrarne il corso è diventato sempre più difficile, le parole non sono più soltanto pietre ma bombe improprie che coltivano l’odio, un nuovo antisemitismo, il terrorismo.
Il linguaggio sintetico e “dissanguato” dell’autrice la preserva dai rischi? Non sempre perché a volte la scarnificazione sottolinea senza sublimarsi in una vera e toccante. Più in generale, di fronte a una pièce come questa , parafrasando Brecht e i suoi tempi bui , ci si può chiedere fino a che punto, e che in termini, sia lecito per una creazione artistica riproporre con il suo linguaggio i sentimenti di un’età dell’innocenza o dell’onestà intellettuale.

I classici ci dicono di sì , senza ombra di dubbio. Quando i contemporanei entrano in gioco, esercitando un diritto e un bisogno sacrosanto, ogni volta è una scommessa. In questo caso le poche righe del testo non sembrano destinate all’eternità e la drammaturga inglese , che ha sempre lasciato a registi, traduttori e interpreti una libertà vigilata ( neppure la minima modifica) dovrebbe ringraziarli perché con recitazione, canti , movimenti coreografici hanno dato alla crisalide una vita che ne ha giustificato la presenza in scena .
Il titolo si appoggia che vanno su tutti i richiami possibili di stampo pitagorico, cabalistico e perfino mediatico Le sette bambine, in sette età diverse che vanno dalle persecuzioni hitleriane della Shoah, alla nascita dello stato Israeliano in diverse fasi ( che non arrivano alle strage del 7 ottobre firmata da Hamas e all’ultima guerra, non appaiono mai. Sono però oggetto di una scelta continua da parte degli adulti tra ciò che si deve o non deve dire , nel tentativo di sottrarle a quel destino che sembra inevitabile della terra promessa: la paura., che resta anche quando cambiano i cieli e i ruoli.
Lo svolginento del copione ha le scansioni oratoriali di un rosario ma Carlo Orlando, regista e anche interprete accanto a Eva Cambiale, Paolo Li Volsi, Caterina Tieghi, Eva Carucci, Piero Desimio, imprime un’efficace drammatizzazione al coro dove tutti diventano anche personaggi una tono da tragedia dove tutti nel coro sono anche personaggi . Manca però nel testo quello spirito di contrasto tra opposti destini e ragioni che rendono avvincenti e utili le rappresentazioni tragiche secondoi la lezione dei classici , antichi o moderni che siano. Le vibrazioni di coscienze lacerate più che nelle parole vanno cercate nelle musiche di Carla Ravinne e nei canti, che volano tra la tradizione Yiddish e quella Palestinese ma non escludono note pop e tecno, nelle luci di Aldo Mantovani, nei movimenti coreografici ideati da da Claudia Monti, i costumi di Laura Benzi, nei marroni sgualciti da eterne guerre ed esili.

