Ci ha lasciato improvvisamente (nonostante gli 87 anni, non c’erano state avvisaglie o problemi particolari di salute, era attivocome sempre, dicono gli amici) Carlo Cecchi. Anche se molti – era inevitabile – avevano visto nel suo recente, straordinario “La leggenda del santo bevitore” (in cui era apparso, a dispetto all’età, in buona forma) una sorta di testamento, anche di proiezione del suo “personaggio” nella vita, della sua storia personale.
Fiorentino di nascita, Cecchi, ma resosi, almeno artisticamente, napoletano d’anima e di impostazione teatrale (attraverso Eduardo), a Firenze fece base per la sua piu’ continuativa impresa capocomicale e produttiva, la lunga esperienza della compagnia Il Granteatro al Niccolini, in tandem con Roberto Toni. In quegli anni nacquero alcuni dei suoi spettacoli piu’ importanti, come i Moliere, ma anche Cechov (“Ivanov”), Goldoni, Pirandello (“L’uomo, la bestia e la virtu’”), Scarpetta. E i “dramoletti” di Thomas Bernhard, di cui parve l’interprete ideale, spassoso.
In quei decenni si vide qual era il destino di Cecchi: poco considerato e conosciuto dal grande pubblico, osannato invece – giustamente – dalla critica che ne metteva in luce l’originalità assoluta di attore-regista antiaccademico, nemico di ogni “impostazione” tradizionale nel recitare, eppure rigorosissimo. Lucido e penetrante nell’affrontare i testi anche se in modo non convenzionale, andandone comunque all’essenza; personaggio “irregolare”, spesso divertente nella sua esibita irriverenza verso la presunta sacralità del “far teatro”, Cecchi era comunque un raffinato intellettuale, capace di scendere in profondità come pochissimi altri nella lettura delle opere teatrali. E nei cast del Granteatro (non va dimenticato) troviamo, in genere ai loro inizi di carriera, alcune delle figure piu’ importanti del successivo teatro italiano.
Il suo percorso è continuato, nel confronto con altri grandi autori, dallo Shakespeare di un “Amleto” memorabile – anche questo vivaio di futuri interpreti di fama – con gli attori in platea, ai suoBeckett: il “Finale di partita” con Valerio Binasco, forse il suo spettacolo piu’ acclamato, “L’ultimo nastro di Krapp”, la cui lettura di Checchi viene da definire definitiva, insuperabile. Il testo sembrava scritto per lui, per il suo modo specifico, personalissimo, di essere attore, per la sua ironia graffiante illuminata di disincanto assoluto se non di disperazione. Col sorriso sulle labbra però.
Negli ultimi anni da non dimenticare il suo ritorno a Eduardo con “Sik Sik l’artefice magico” accoppiato a “Dolore sotto chiave”.
Il cinema lo scopri tardi, con il ruolo di protagonista di “Morte di un matematico napoletano” di Martone: ma, poi, nonostante le sue numerose apparizioni sullo schermo, non gli ha reso giustizia in pieno. Sembra aver perso, il cinema italiano, l’occasione di trovare in lui un attore che poteva essere tra i piu’ importanti e utilizzati (da protagonista) nella produzione d’autore e non solo in quella. Ma lasciandolo così, forse, al prediletto palcoscenico, che – crediamo – unicamente amava. E ora il teatro italiano, ricordandolo, sente la sua mancanza, un vuoto che non potrà essere colmato. Il vuoto lasciato, inevitabilmente, da una figura del tutto a sé stante, troppo originale per avere continuatori o eredi

