Un abbraccio teatrale a Vincenzo Del Gaudio

Un abbraccio teatrale a Vincenzo Del Gaudio

di EMANUELA FERRAUTO

Le parole rappresentano l’essenza più profonda di questo nostro amico.

Continuo e continuerò a scrivere al presente, perché percepiamo intensamente la sua presenza, la sua irrequietezza, la sua ilarità, la sua serietà, la sua ironia e il suo entusiasmo, ed è impossibile parlare di lui al passato. Lo immagino in qualche mondo parallelo, confuso e in ansia, ma sempre pronto a creare, a scrivere, a studiare o intento, curiosissimo, a scovare qualcosa di interessante.

Ci mancherà la sua presenza, riconoscibile in lontananza, tra le poltrone del teatro, o la sua voce che piomba nelle orecchie ad un volume sempre troppo alto. Il cappello e le bretelle, laggiù in fondo, nel foyer, sono il segno di una serata post spettacolo entusiasmante che coinvolgerà amici e conoscenti in una conversazione interessante, attraverso un confronto produttivo. Vincenzo incarna la figura dello studioso onesto, che ascolta il suo interlocutore fino alla fine, pur non essendo, a volte, con lui in accordo. Sa essere saggio e divertente allo stesso momento, leggero e intuitivo, buon amico e ottimo consigliere, fastidioso quando si incaponisce, ma sempre prolifico. Apprezza le doti degli altri e impara da essi, pur perseguendo con ostinazione, ambizione e serietà una strada che lo ha portato al raggiungimento di importanti obiettivi di lavoro.

Ho chiesto ad alcuni amici, legati al mondo del teatro e, dunque, a Vincenzo che questo mondo artistico ama moltissimo, di ricordarlo; tutti hanno risposto mostrando immediatamente l’esigenza, l’urgenza e la necessità umana di scrivere per lui e di lui.

Stavolta non ci saranno distinzioni di ruoli e di mestieri, ma solo nomi, parole, pensieri liberi, affinché rimanga viva la sua presenza, non solo la sua memoria, soprattutto agli occhi dei suoi splendidi figli e della sua adoratissima Giovanna.

Ci rivedremo al prossimo spettacolo, quando mi dirai, come al solito, che io lavoro sempre sui testi e tu mi insegnerai a vedere altro sulla scena.


VINCENZO ALBANO

Ci vedevamo qualche volta a teatro a Napoli e a Salerno, almeno sin quando la pandemia non ha sottratto questa possibilità di incontro, che era inevitabile, tra l’altro, si concludesse a cena insieme a un’allegra brigata di amici e colleghi, gaudenti e golosi. In questo vuoto che ha lasciato risuona l’eco di quelle serate, l’amarezza di nuove occasioni che mancheranno; la necessità di cercare o ritrovare scintille di autenticità nei rapporti e nelle relazioni, oltre ogni sovrastruttura professionale. Vincenzo era una fonte d’innesco, di curiosità, risate, domande sul senso del fare oggi teatro; uno studioso appassionato, capace di condurti nel suo mondo oltre ogni diversità di vedute, mai tronfio, mai “in cattedra”. Io stesso, così apparentemente lontano da alcune sue “risposte”, trattenevo una certa fascinazione dalle sue visioni, dai suoi guizzi e dal suo acume di pensatore stravagante. La notizia della sua morte mi ha tramortito, per le sue dinamiche, per l’ingiustizia profonda che ha spezzato il suo volo di professionista, uomo, padre.


ILEANA BONADIES

Temo che qualcuno debba ripetermelo ancora affinché mi convinca che sia vero.

Se metto a tacere tutti i pensieri che stanno facendo rumore nella mia testa da quando improvvisamente sono stata avvisata, ciò che resta è il tono della tua voce: inimitabile, riconoscibile da lontano, unico.

Unico come il tuo stile, la tua eleganza, la tua cultura, la tua dialettica, la tua disillusione sull’utilità della critica teatrale che rendeva inesorabilmente “inutili” anche noi che di teatro avevamo scelto di occuparci attraverso la scrittura…

E ogni volta che perentorio lo ribadivi ne nascevano sempre lunghe discussioni tra il serio e il faceto, altro che metateatro!

Da quando la pandemia ha stravolto abitudini e riti, non ci vedevamo più spesso a teatro, e forse abbiamo lasciato in sospeso più di un caffè, di una pizza e di un articolo che desideravi scrivere per il mio giornale se solo avessi avuto più tempo tra i tanti tuoi impegni e impicci vari…

Perché si, mai vita era più piena e indaffarata della tua… E ora appare paradossale che sia stato proprio tu per primo, invece, a lasciare un immenso vuoto… A uscire di scena a sipario ancora aperto, mentre col cuore impietrito e incredulo fatica ad accettare la tua assenza chi avuto la fortuna di conoscerti, averti amico, volerti bene.

Sebbene – a pensarci bene – forse non ce lo siamo mai detti… Chissà perché…

Ma che ora spero tu possa scoprire guardandoci dal tuo nuovo punto di osservazione, cappello in testa, scarpe bicolori ai piedi, abito chiaro indosso.

Pronto a lasciare ancora una volta il segno, stavolta infinitamente.

Con il regista Jan Fabre (Belgian Rules/Belgium Rules, Teatro Politeama, Napoli Teatro Festival Italia, luglio 2017)

FRANCESCO BOVE

Non ricordo quando ho conosciuto Vincenzo, quando l’ho incontrato per la prima volta. Per me era una presenza irrinunciabile, riconoscibile dal suo abbigliamento, dalla sua voce e dalle sue risate. Parlavamo di tutto, di Carmelo Bene, degli spettacoli che avevamo visto e, nelle ultime occasioni, anche dei nostri figli. Stimavo (e stimo) molto la sua intelligenza, il suo percorso di ricerca, la sua tenacia e non nascondo di aver pensato a lui quando io e mia moglie abbiamo portato nostro figlio per la prima volta a teatro. Ecco, Vincenzo ci arricchiva, gettava semi in noi e faceva crescere nuovi mondi ma, soprattutto, credeva nelle persone che conosceva.


TINO CASPANELLO

Vincenzo l’ho incontrato poche volte, sicuramente più numerose sono state le telefonate e le lettere, però se penso a lui, in particolare a una serata trascorsa in pizzeria dopo uno spettacolo, subito vivo è il ricordo dei suoi occhi pieni di arguzia e di curiosità, e delle sue parole, che in un attimo sposavano ironia e serietà in una cornice di leggerezza che solo poche persone hanno la capacità di inventare.


 

GIANMARCO  CESARIO

 È così che voglio ricordarti: elegante, estroso, ironico, a volte persino iperbolico, nelle tue tanto acclamate ed estremamente colte arringhe a Teatro Match. Ti ho conosciuto nel 2015, presentato da Davide Grossi, sei venuto a difendere Arthur Miller, e nacque subito un’empatia che poi continuò nel corso di tante discussioni sul senso della critica e del teatro stesso, discussioni pacate, e estremamente illuminanti, anche se spesso non eravamo poi così d’accordo: io tradizionalista, legato alla prosa classica, tu aperto verso le possibilità di una multimedialità di quest’arte, argomento  di cui avresti parlato, probabilmente, quella terribile mattina in cui ci hai lasciati, così: inebetiti ed addolorati per questo tragico colpo di scena. Ieri sera, durante uno degli incontri di T.M. ho parlato di te ad una platea che non ha fatto in tempo a conoscerti (la promessa di partecipare ancora, ahimè, non ti è stato consentito di mantenerla) ed io, non sapendo cosa fare, cosa dire, ti ho ricordato, come faccio ora, dedicandoti, nel mio piccolo, l’edizione di questa manifestazione che anche grazie a te ha avuto la forza di crescere. Grazie Vincenzo, ciao.

(Durante una serata di Teatro Match nel 2015)

MILENA COZZOLINO

Il mago dell’amicizia

Hannah Arendt aveva “il genio dell’amicizia”, così dice di lei Hans Jonas. Mutuando la felice espressione, viene naturale attribuirla a Vincenzo Del Gaudio, insostituibile amico per molti che in questi giorni lo hanno visto volare via, proiettato, forse, verso ricerche a cui nessun altro poteva tener dietro. Mi piace pensarlo così, diretto verso mondi creativi, carici di quelle connessioni artistiche, culturali, sociali, umane, che solo lui sapeva intravedere nell’abisso del mondo e riportare alla luce, come un “pescatore di perle”. Così Arendt chiamava il suo amico-filosofo Walter Benjamin, autore di riferimento per me come per Vincenzo. Cercando di tratteggiare la figura del mio amico-filosofo, mediologo del teatro, cercando di trattenerne ogni sfumatura, si sovrappongono nella mente frammenti di discussioni, stralci di libri, saggi scritti insieme, visioni di spettacoli, ricerche e scambi unici. Ad illuminare tutto: l’amicizia. Vincenzo aveva “il genio dell’amicizia”. Sapeva riconosce nelle persone qualità umane e talenti, anche dove non sembrava ci fossero. Sapeva trasformali, lavorando insieme alle persone, fino a farne perle preziose. Era giugno del 2016, quando per la prima volta nella mia vita ho parlato in pubblico. Al Museo Archeologico provinciale di Salerno, nell’ambito della rassegna dal titolo L’immersione mediale, la mia paura trovò uno sbocco felice in parole che non sapevo di possedere. Lo feci perché Vincenzo, nonostante le mie esitazioni, diventate poi vere e proprie rimostranze, quasi mi obbligò. Venne a prendermi a casa, mi caricò in macchina, e lì, dove tutto sembrava impossibile, una sola parola sussurrata con una forza rassicurante: “vai”. Andai e da lì, la mia paura svanita, le parole sembravano venire da altrove. Parlai di Avanguardie teatrali italiane, di Leo de Berardinis, dei teatri stabili, della situazione dei teatri di oggi alla luce del passato recente, di quegli anni in cui si scrisse daccapo la fisionomia di un “Nuovo Teatro”. “Vai” e la paura andò via. Come un mago, sussurrò al mio orecchio, intimando a quel sentimento di abbandonarmi, o almeno io la percepii così. Non come un’esortazione ma come un sortilegio. Vincenzo era “il mago dell’amicizia”. Faceva accadere l’impossibile. E ora sarà andato a fare lo stesso in un mondo altro: Vincenzo Mago, come Prospero, che con la sua sapienza andrà ad educare un altro Ariel o un altro Calibano. Lo vedremo volare sulle nostre teste, come un personaggio in viaggio verso quell’unica, potente, fantasia, in grado di trasformare il mondo.


 

GRAZIA D’ARIENZO

Non riesco a ricordare esattamente quando ho conosciuto Vincenzo Del Gaudio, perché la sua

presenza ha accompagnato in maniera costante il mio percorso universitario. È come se ad Unisa Vincenzo fosse sempre esistito, con l’estro inconfondibile del suo vestiario,

le bretelle, il borsalino, la voce squillante, la personalità vulcanica. Vincenzo era un uomo coltissimo e uno studioso brillante, capace di intessere conversazioni di un eclettismo raro, in bilico tra filosofia, estetica, sociologia, teatro, arte. I nostri confronti e i nostri scontri dialettici sono stati fonte di crescita e arricchimento, insieme ai suoi generosi consigli.

Grazie per la parte di tragitto che abbiamo condiviso, Vinc.

È stato un privilegio.

(Giurati alla rassegna Linea d’ombra, Salerno 2014. Da sinistra Vincenzo Del Gaudio, Emanuela Ferrauto, Grazia D’Arienzo)

 

VINCENZA DI VITA

Vincenzo incarnava al contempo una esplosione di vivace gioia di vivere e un vorace vigore e rigore scientifico. Una perdita immensa per la comunità scientifica e teatrale e una mancanza grande da un punto di vista umano. Mi mancheranno molto, anzi già mi mancano le nostre riflessioni condivise e un progetto editoriale che non potrà più realizzarsi. Ma se mai dovessi trovare la forza in solitudine di portarlo a termine lo dedicherò a lui.


 

ANDREA ESPOSITO

La prematura scomparsa del prof. Vincenzo Del Gaudio rappresenta per me uno choc che non sono ancora in grado di razionalizzare e di comprendere nella sua reale portata. È un lutto troppo grande, Vincenzo era un mio amico “storico”, un socio, un fratello, un complice, una sponda, un compagno di strada sempre presente e un riferimento culturale e professionale costante. Abbiamo sognato così tanto insieme.

Per questo e per molti altri motivi devo confessare con un certo imbarazzo di non essere riuscito a concentrami e a trovare le parole giuste per questo doloroso necrologio che mai nella vita avrei pensato di dover scrivere. Mi sento letteralmente impotente come un bambino che si dispera perché non capisce e non sa dire…

L’unica cosa che riesco a pensare, però, è che se lui fosse qui, adesso, probabilmente mi direbbe con quel suo vocione squillante e quella sua mimica esagerata: “André ma quale necrologio! Fai ‘na cosa futurista e nun ce fa ’a pall’!” (E cioè, non tediarci con scivoloni retorici e melodrammatici). Perché Vincenzo in fondo era così, rock ‘n roll, ed è questo aspetto che non potrò mai dimenticare di lui. Era energia, entusiasmo, fede.

Detto ciò, la mia dedica per Vincenzo sono i versi di “‘O tiempo se ne va” che lui tanto amava:

‘Sta luna pare ‘na scorza ‘e limone,
e comm’è blu stu cielo ‘e cartone.
‘O mare me sciacqua ‘e ppalle Mariù,
cu ‘nu vasillo se sceta ‘o cardill e vulesse cantà, bella ‘e papà .

‘O tiempo se ne va,
e tu nun vuò chiavà,
ma quanno ‘e chist’ammore sulo ‘o turzo restarrà,
allora scoprirai la differenza che ce sta
tra un morso e ‘nu bucchino.
E almeno ‘o vuò capì,
ca ognuno addà campà
si comme ‘o cappuccino pe ‘sta coppola ‘e babbà
si ‘o pennacchio ro’ Vesuvio, si ‘na cozza ‘e pediluvio
e si t’o mettesse n’culo ch’ vuò fa?

Hasta siempre, Vincè. Non ti dimenticherò mai.

Andrea Esposito

(Vincenzo Del Gaudio e Andrea Esposito, Campus di Fisciano, Unisa)

MARIAROSARIA MAZZONE

Descriverti è difficile per più motivi, perché in queste ore tante persone – che ti conoscevano più di me – lo stanno facendo egregiamente e rischierei di essere ripetitiva o forse retorica, perché il dolore e l’incredulità sono ancora troppo vivi ma soprattutto perché secondo me ti sottrai da ogni tipo di definizione che possa essere esaustiva e raccontarti nella tua pienezza. Ci siamo conosciuti perché accompagnati entrambi dalla bruciante passione per il teatro, passione che ci ha spinto a fare maratone teatrali, a vedere qualsiasi tipo di spettacolo o performance e seguivano sempre lunghi confronti, i miei da storica/giornalista i tuoi da massmediologo/ storico/ giornalista/ studioso. Mi mancheranno le tue acute osservazioni, i confronti costruttivi, la tua inesauribile quanto contagiosa joie de vivre che in men che non si dica organizzava serate, unendo persone provenienti da mondi diversi ma con i quali c’era sempre un’inaspettata affinità. La tua voce, il tuo sorriso, la tua fame di vita ma soprattutto la tua immediatezza nascondevano – chissà se volontariamente o involontariamente – questa estrema sensibilità, il tuo acume arrivava dopo il tuo sorriso, ma ciò che ci mancherà più di te sarà proprio la tua mente, il tuo pensiero veloce, la tua intelligenza.

Ti abbraccio massmediologo del nostro cuor.

(Teatro Politeama, Napoli Teatro Festival 2017, Belgian Rules/Belgium Rules, regia di Jan Fabre. Da sinistra Ileana Bonadies, Emanuela Ferrauto, Loredana Stendardo, Salvatore Margiotta, Mariarosaria Mazzone, Vincenzo Del Gaudio)

 

FABIO ROCCO OLIVA

Caro Vincenzo,

lo so: per te la critica teatrale non esiste più. Tutti quanti noi insistiamo a dirti che non è vero, ma in fondo sappiamo cosa vuoi dire e hai ragione tu. È paradossale secondo la tua visione, non me ne volere, ma tra tutti quelli che si occupano di critica teatrale tu appartieni a quella ristrettissima cerchia di anime pure che ti fanno venire voglia di continuare a crederci. Questa è una rarità, oggi, e ti ringrazio.

Ci siamo salutati senza saperlo per l’ultima volta nel migliore dei modi, facendo una lezione insieme questo maggio via Meet con il tuo amico Mario. Che splendida lezione! Che sguardi attenti e incuriositi avevano i miei alunni di Bologna.

Porterò sempre con me il ricordo di una sera di qualche anno fa. Avevamo partecipato a Teatro Match di Gianmarco Cesario e dopo eravamo andati a prendere una birra e a mangiare un panino in un pub di piazza Bellini perché c’era la partita del Napoli e non avresti fatto in tempo a tornare a casa. Come al solito parlammo di tutto, ogni argomento trattato era posto sullo stesso piano: la passione per il Napoli, per il teatro e l’amore profondo e irremovibile per i figli. Io sarei diventato per la prima volta padre dopo un paio di mesi. Tu lo eri già e ci dicemmo molte parole che non si possono ripetere e che conserverò sempre con me.

Quella sera, come sempre, era viva la tua energia vulcanica, ogni tua idea era un passaggio inaspettato, filtrante. Tutto era collegato: il Napoli, il teatro, noi, un passato comune, la musica che ascoltavamo da ragazzi, i capelli lunghi, lo studio, la ricerca, la scrittura, i figli. Questa tua visione d’insieme, su ciò che solo apparentemente era slegato, è la tua dote, la tua eredità da raccogliere.

Non posso non pensare alla tua adorata moglie Giovanna, ai tuoi amatissimi Demetra e Virgilio. E provo una pena infinita. Non avranno più le tue carezze.

Ma per fortuna di te avranno qualcosa che non si potrà mai cancellare, che il tempo non potrà rubare, anzi tra anni con gioia restituirà loro parti di te: le tue parole, i tuoi scritti.

I tuoi figli non saranno, così, mai soli. Avranno sempre te dentro di loro.   


 

FABIO PISANO

Abbiamo parlato poco, forse, ci siamo visti ancor meno, eppure, il dolore è tale, che racconta un debito di tempo, di chiacchiere, di confronti, che forse, chissà forse, da qualche parte ritroveremo. Riposa in pace, Vincenzo.

(Giurati e partecipanti alla Rassegna UT35 2015)

 

LORENZO PRATICÒ 

Ho conosciuto Vincenzo Del Gaudio in occasione della partecipazione del mio spettacolo SPINGI E RESPIRA alla rassegna GEOgrafie organizzata a Salerno da Vincenzo Albano. La mia amica Emanuela Ferrauto, che faceva parte dell’organizzazione, mi aveva detto che avrei fatto una chiacchierata con il Prof. Del Gaudio, durante una trasmissione radiofonica organizzata dall’Università di Salerno.

Occhi furbi e gioiosi dietro le lenti e sorriso da bambino che sa qualcosa che tu non sai, incorniciato dalla barba, così era Vincenzo. Arriva nella stanza dove si svolgeva la trasmissione e si apre la giacca, a rivelare cravatta e bretelle che gli danno un’aria un po’ d’altri tempi, ma che forse sono anche il suo costume da super eroe. E si comincia a parlare del mio spettacolo, che ha il ciclismo dentro e Vincenzo passa dal teatro all’enciclopedia del ciclismo senza soluzione di continuità, senza presupponenza, ma con l’entusiasmo di chi ha fame di sapere le cose e di trasmetterle senza renderle pesanti. Si gioca, seriamente, passando dagli aneddoti teatrali e sportivi, alle similitudini sulle scritture drammaturgiche. Mi dà spunti sul mio modo di scrivere e su possibili approfondimenti e ampliamenti e non è mai insopportabilmente professore, il professore. Almeno con me. E a microfoni spenti si parla ancora di autori teatrali e di fumetti e di che “stai scrivendo”. Era una bella persona Vincenzo Del Gaudio, qualcuno direbbe “tanta roba” dentro, pronta ad essere portata fuori. Sempre col sorriso del bambino che ti sussurra “ora ti racconto una cosa che forse non sai”.

Ciao Vincenzo 


COSTANTINO RAIMONDI

Vincenzo era ed è per quel poco che l’ho conosciuto, una persona squisita, per cultura, intelligenza e garbo.


 

ANTONELLA ROSSETTI

Battute d’ arresto. Quelle che inchiodano al suolo e rendono asfittici. Smarrimento. Il vuoto profondo. Parole che non possono e non sanno più esprimere nulla. Migliaia di pagine sfogliate. Sipari aperti e chiusi. Levati, calati e il desiderio di non volere uscire da quel cerchio magico. E noi che ora, forse, mai “impareremo a tramontare…” Cercherò il tuo cappello, simile a quello di mio padre, e il tuo sorriso ampio, schietto nell’ aprirsi ad ogni incontro. Grazie Vincenzo. Con te, impareremo ancora…

(Nuovo Teatro Sanità, Napoli, novembre 2017. Da sinistra Vincenzo Del Gaudio, Antonella Rossetti, Milena Cozzolino, Emanuela Ferrauto)

 

ARMANDO ROTONDI

Ho avuto il piacere e l’onore di conoscere Vincenzo Del Gaudio per la prima volta 5 anni fa, credo. Purtroppo la mia lontananza fisica da Napoli e dall’Italia, prima, e la pandemia poi, mi hanno impedito di poter interagire con lui di persona quanto avrei voluto, e il nostro rapporto professionale e poi la nostra amicizia si è sviluppata prevalentemente online. E questa cosa, da un certo punto di vista, mi divertiva perché è uno di quegli spazi che sempre sono stati al centro del dibattito intellettuale e accademico di Vincenzo. Credo che della mente di Vincenzo mi sono letteralmente innamorato sin dal primo momento. Della sua cultura (quella vera, cultura vera), passione, intuizione. Credo che se anche l’avessi conosciuto per 20 anni, lo avrei sempre conosciuto troppo poco perché tanto era quello che so avrebbe potuto dare e io avrei potuto imparare da lui. Mi sento privilegiato di aver potuto discutere con lui di tante cose, mi sento onorato di averlo potuto invitare – sebbene sempre online – a inaugurare una serie di seminari sul digitale e la performance (e dopo di lui sarebbero seguiti Andy Lavender, Johannes Birringer e Christina Papagiannouli, e ricordo che Vincenzo era molto contento di essere con loro) presso il mio Istituto nei primi giorni del lockdown. Mi sento onorato di aver potuto essere con lui in un dibattito – sempre online, purtroppo – a FuturoRemoto e ci promettemmo di ridiscutere il lavoro sulla robotica che stavo sviluppando con Guy Bar-Amotz. Ho letto il suo Théatron, l’ho recensito e sin da quel momento lo porto sempre con me, perché so che rimane un punto fermo. Anche quando ci siamo visti a maggio a Milano, lo avevo con me. Avrei voluto dibattere su Tilgher con lui (o, viste le nostre opposte posizioni, contro di lui?), in maniera seria e scherzosa. Ecco, Vincenzo era una persona sempre disponibile, sensibile, buona, davvero buona, che lasciava trasparire una passione unica e che rendeva la controparte sempre piena della stessa passione. Un grande studioso e una grande persona. Da lui ho imparato tanto, tantissimo. Continuerò a imparare. Ti ringrazio, Vincenzo, di tutto. Un abbraccio.


 

ANNAMARIA SAPIENZA

Vincenzo resta per me una delle persone più singolari che abbia conosciuto per la straordinaria modernità del pensiero associata a un’educazione di altri tempi, una forma di rispetto che a volte mi ha messo a disagio. La sua inquietudine di studioso mi ha dato la possibilità di collaborare in diverse occasioni con un dialogo sempre disponibile e puntuale sul piano professionale, ma mai separato dal nostro essere persone che si confrontavano sulla vita. Ed è questa autenticità dell’uomo che intendo preservare.


 

RENATA SAVO

Un’amica in comune mi presentò Vincenzo a Roma nel 2015, dove eravamo per vedere uno spettacolo di Robert Lepage. Io già sapevo chi fosse e mi colpì molto che anche lui mi conoscesse. Bastò pochissimo per trovarsi sintonizzati sui ragionamenti critici che il dispositivo teatrale produceva. Grazie a Vincenzo pubblicai il mio primo saggio in un volume che lui co-curava: mi lasciò carta bianca sulla scelta mirata dell’argomento, glielo proposi, e mi disse: “vai, cara, procedi pure!”. Si fidava ciecamente di me, forse perché quasi mai ci siamo trovati in disaccordo, e se pure ciò accadeva, alla fine era lui a cedere, ma solo per cavalleria, perché anche la sua gentilezza non si dimentica. Mi considerava sua allieva, me lo diceva a chiare lettere, anche se di fatto non era mai stato un mio maestro. Eppure gli direi altre mille volte grazie per ciò che mi ha trasmesso: è stato e resterà il mio ‘non-maestro’ più importante.

(Napoli, estate 2021 in occasione del Campania Teatro Festival. Da sinistra Milena Cozzolino, Vincenzo Del Gaudio, Renata Savo)

 

DANIELE TIMPANO (COMPAGNIA TIMPANO/FROSINI)

Amico mio, non so che senso abbia cercare di tenerti con noi ancora un po’ scrivendo due parole affettuose, parlando di te, ricordandoti. Forse tutto il senso del mondo. Non c’è molto da dire però: mi sei stato simpatico dal primo momento, eri curioso, intelligente, sensibile, empatico, sempre indaffarato ma sempre disponibile per gli altri, sempre entusiasta e pieno di progetti, compreso quello che avremmo voluto fare insieme, sempre rimandato e ormai, senza di te, insensato.  A parlar così di te pare la bozza di un Coccodrillo sul giornale, ed è tristissimo. Da un giorno all’altro mancare, molto più giovane di me e già con un figlio ed una figlia ed una compagna che a pensarli mi si stringe il cuore. Ma più ne parlo, più mi sembra di cercare di normalizzare il Lutto e non è giusto. Il lutto è un vuoto faticoso da guardare, misurare, affrontare già per me che ero alla periferia del centro di questo vuoto orrendo, figuriamoci per chi ti sta più vicino, la sua vita intrecciata alla tua. Desiderio e terrore di rileggere i nostri divertiti epistolari o di riascoltare i messaggi vocali che ci siamo scambiati negli anni: ne ricordo uno con la piccola Demetra che aveva appena visto un nostro spettacolo in video – costretta ahimè da te – che ci mandava un saluto affettuoso con la sua vocina di bimba felice ma non ho il coraggio di cercarlo sul telefono per vedere se c’è ancora. È brutto e deprimente e sconfortante, proprio il contrario di quello che mi appariva la tua vita, che a guardarla da fuori pareva piena di entusiasmo, affetti e di calore. Questa fine insensata non potremo elaborarla in poche righe, in un ricordo mio o altrui. Si può solo spurgare a caldo il fiotto gelido del trauma. Ci mancherai, Vincenzo, amico mio, mi spiace tanto.

Mi mancherai tanto.

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