Pulcinella spia il Turco

Uno, nessuno centomila Luzzati. “Il turco in Italia” in scena al Carlo Felice che, con regia di Italo Nunziata, ricostruisce una versione presentata al Rossini Festival nel 1983, è anche un’occasione per un nuovo viaggio nel  mondo fantastico dello scenografo (e artista a tutto tondo), per  addentrasi nei labirinti della sua disperata allegria.

Il suo approccio all’esprit di Rossini dissipa  molti equivoci sul suo conto, a proposito della sua favolistica “ingenuita”, permette di verificarne la  tenitura artistica  molti decenni dopo il suo personalissimo approccio al mondo dell’avanguardia teatrale che, nel frattempo,, è passata attraverso le avventure estetiche più spericolate.

IL turco ci dice che il suo segno inconfondibile non ha perso smalto. Del resto quest’opera era una delle sue predilette proprio perché gli permetteva di mettere in luce un aspetto meno immediatamente percepito del suo carattere artistico: sognante ma dopo aver superato molti filtri di interiore disincanto, di ironia sempre trattenuta sulla soglia della ferocia e trasformata in schermagli allusiva ,  proprio come quelle buffe di Fiorilla e Geronio , di Selim e Zaida.

Il Turco rivive inquadrato in uno dei  teatrini  luzzatiani che ricordano quelli della commedia dell’arte o le stazioni dei pageant, o le postazioni dei burattinai: per suggerire una piacevolissima versione del gioco che, da Pirandello in poi, per tutto il Novecento e anche in questi ultimi decenni , è tra i prediletti in scena. E’ il teatro nel teatro già indicato nel libretto dell’opera dal poeta Prosdocimo che rivela al pubblico di essere in cerca di un soggetto accattivante. Qui però, rispetto ad altri copioni e ad altre sue declinazioni, si moltiplica con leggerezza, è comprensibile e tangibile senza supponenti “didascalie”.

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