Galleria Toledo compie 30 anni

«Un teatro, il mio progetto forse più ambizioso, tutto nuovo a cominciare dallo spazio, suggestivo, tutto giocato sul nero ed il grigio, moderno e dotato di ogni comfort, compresa l’aria condizionata perché ci si possa lavorare anche d’estate», sono trascorsi giusto trent’anni dal giorno in cui Laura Angiulli presentò ai napoletani la Galleria Toledo, nuova impresa realizzata con tanta fatica sopra l’antica salita di via Concezione a Montecalvario, accanto alla Chiesa disegnata da Andrea Vaccaro, «dove un tempo c’era il cinema Cristallo che il teatro con i suoi attori, l’allegria ed i suoni, non lo aveva visto mai, nemmeno il varietà o le canzonette». Fu una impresa grande quella di Laura Angiulli e Rosario Squillace «amico e scenografo, che nel progetto ci ha creduto da sempre, disegnando questo spazio tutto nuovo e diventando un po’ l’anima del teatro, il ponte con il quartiere che ci ha accolti e allora, trent’anni fa, nemmeno ci conosceva e mai aveva visto tutto quel movimento di pubblico richiamato dai tanti “nomi” che portarono i loro spettacoli alla Galleria Toledo». Già, i “nomi” furono tanti, ed oggi Laura Angiulli li mette in fila come stupita testimonianza del suo lavoro e dell’affetto che quello spazio ha saputo suscitare per questo suo “trentesimo compleanno”. Da Toni Servillo a Andrea Renzi, Alfonso Santagata, Canio Loguercio, e gli amici di Fanny & Alexander, di Motus, di Vucciria Teatro, Marcido Marcidorjs & Famosa Mimosa, Eugenio Barba, Julia Varley, Riccardo Caporossi, Gian Maria Tosatti, Claudio Ascoli e Sissi Abbondanza, Claudio Morganti, Danio Manfredini, in tanti mandano i loro auguri perché una vera Festa per ora non la si può fare. Fino a Giancarlo Cauteruccio che definisce la Galleria Toledo dove debuttò con u
no dei suoi storici spettacoli, il prezioso “Lo juoco sta finiscenno”, «un luogo di combattimento in prima linea per la difesa dei linguaggi contemporanei delle arti sceniche».

Per anni quel gruppo di amici sognatori d’avventure e linguaggi teatrali aveva cercato uno spazio “comodo” da rimodellare sulle loro esigenze raminghe. Lo trovarono nel centro storico di Napoli, «volevamo una casa dove mettere radici e progettare con calma spettacoli nuovi -dice ancora Laura Angiulli ripercorrendo gli anni lontani dell’apertura del suo spazio- Giogiò Franchini ci disse che si vendeva il vecchio cinema sui “quartieri”; ci sembrò un’avventura bella e “di sinistra”, ma non avevamo una lira. Eppure il direttore della banca a cui ci rivolgemmo ci fece avere un mutuo di 238 milioni, quanto costava allora lo stabile, un altro piccolo prestito lo facemmo rosario ed io per poter pagare il notaio e il vecchio cinema fu nostro. Ma bisognava fare i lavori, vendetti un piccolo appartamento che avevo, il ministero ci aiutò ed il nostro sogno prese forma tutto sommato in poco tempo e il 21 aprile del 1991 inaugurammo». Furono anni intensi, di lavoro e di proposte, di fatica, di passione, di giovinezza e di sacrifici «che ci sembravano belli e giusti, come ci sembrava bello e giusto lavorare senza ricevere un compenso. Versavamo gli oneri e il resto era allegria e problemi da risolvere. «Era la nostra una idea nuova di teatro stabile di innovazione per la ricerca, con una trasversalità di programma molto ampia, mettendo insieme prosa, musica, cinema, ospitando grandi protagonisti del jazz, ed altri grandi della parola. Ci sono stati amici che ci hanno accompagnato a lungo, amici che ci hanno purtroppo lasciati per sempre ed anche a loro va il mio ricordo ed il mio ringraziamento in questi giorni di festa a distanza. E poi c’erano istituzioni che sognavano con noi e voglio ricordare l’attenzione e l’aiuto che ci ha dato Amato Lamberti, intellettuale e politico attento come pochi», ricorda ancora la Angiulli e a cercare tra le tracce di quel primo anno laborioso ritrovo le tracce di una breve rassegna di film firmati da Jane Campion, Wenders, Godard, Domiziana Giordano, primo indizio di una ostinata ricerca di linguaggio portata avanti poi con tenacia fino al nostro ieri, quando ancora la proposta del “Doppio sogno” si realizza d’estate. Il 24 aprile di quell’anno in “prima nazionale” si presentò il film “Le cinque rose di Jennifer” che Tommaso Sherman aveva tratto dall’allora poco noto capolavoro di Annibale Ruccello; pochi giorni dopo fu la musica blues dei Big Fat Mama a richiamare un pubblico giovane ed entusiasta che scoprì il “nuovo” spazio di Montecalvario.

«Non sappiamo quando ci sarà davvero consentito dedicare una lunga giornata alla festa che vorremmo avere nel cuore ed invece abbiamo solo nella nostra mente preoccupata, ma quando la potremo organizzare sarà la musica di chi non è mai mancato nella nostra programmazione, e le parole di spettacoli belli entrati nella storia del teatro italiano, le registrazioni che abbiamo conservato, gli articoli che sono stati scritti. Testimonianza di un tempo in cui c’era davvero il “teatro italiano” con autori ed attori in che potevano andare in giro ed avevano successo, ed un pubblico curioso ed attento» dice ancora la regista e “padrona di casa” dello storico spazio che oggi compie gli anni, ed annuncia, sperando che sia poi vero, il prossimo calendario «con Sandro Lombardi, Raffello Sanzio, Masismiliano Civica, Massimo Verdastro, la Borrelli, artisti che sono venuti un tempo da sconosciuti e sono ritornati sempre. E spero ci siano altri “sconosciuti” da fare scoprire al pubblico che spero ritorni a teatro. Lo spero davvero, ed è l’unico augurio che mi sento di fare in questo giorno che comunque è di festa». (giulio baffi)

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