Elisabetta e Adelaide, giochi di un destino teatrale

Alchimie del destino. Elisabetta Pozzi , tornata in scena al Modena di Genova con la “Suite per Adelaide Ristori” prodotta dal Teatro Nazionale di Genova  ha lo stesso talento per la sfida della grande attrice ottocentesca. E’ come lei un’icona senza fissità e ne ricorda certi aspetti del carattere,  dell’amore per  il teatro: sia filtrandolo attraverso i versi di Lady Macbeth  sia ripercorrendo la sua avventura artistica e imprenditoriale.

La conferma di queste affinità  viene, prima del  suo secondo debutto nelle vesti di Adelaide Ristori, dalla  “Maria Stuarda” di Schiller, in prima nazionale a Genova: un’ Elisabetta, in guerra con la regina di Scozia e con se stessa, duramente scintillante sotto la corazza del potere in una meraviglia barocca e rock, potrebbe partire alla conquista del pubblico londinese proprio come, due secoli fa,  fece l’artista-imprenditrice oggi riportata alla ribalta con la sua interpretazione della dark Lady shakespeariana.

Aveva trentacinque anni quando osò tanto in mondo dove correvano brividi di sospetto per le prime rivendicazioni delle donne e dove quel personaggio, presentato nella versione di Giulio Carcano,  avrebbe potuto alienarle le simpatie che si era conquistata:  in Europa con la sua misura nel vivere la favola privata della cenerentola diventata marchesa o per la sua attività instancabile influencer per la causa risorgimentale italiana; nell’America appena uscita dalla guerra civile con un’anticipazione intelligente dello star system.

Il pubblico fu dalla sua parte anche quando decise di scegliere le vesti più che scomode della donna che istiga il marito all’omicidio,  proprio come oggi gli sopettatori continuano ad essere dalla parte di Elisabetta Pozzi quando diventa Elisabetta d’Inghilterra , ribaltando una tradizione che porta invece a tifare istintivamente per Maria.

Tornando a “Lady Macbeth”, va detto che  nella “Suite per Adelaide Ristori”  i rischi sono diversi.

Sarebbe stato facile lasciarsi prendere dalla retorica che accompagna molti eventi celebrativi. Ma la si è evitatao , così come tutte le manifestazioni legate allo spettacolo, ideate dal Museo Biblioteca dell’Attore di Genova dal Teatro Nazionale e dall’Università .

Se la sensibilità e forza della protagonista le avrebbe superato anche da sola questo guado, le è venuto comunque in aiuto  un terreno ben dissodato fin dalla partenza:  ambientata in uno studio televisivo dove non manca neppure uno spazio di ironia.

La regia di di Davide Livermore e la costruzione drammaturgica di Andrea Porcheddu lo rendono piacevolmente  percorribile usando tutte le risorse e i supporti della drammaturgia contemporanea, a partire dai  video dove Alberto Mattioli da’ voce a Giuseppe Verdi e a Cavour. La filosofia, collaudata in molte altre occasioni,  è quella di un approccio giovane al passato che non si fa mancare citazioni contemporanee, da George Orwell e Billy Wilder. IL percorso “scanzonato non stride con il clou da brividi (l’invocazione agli spirito e l’implorazione della regina che il suo latte si trasformi in fiele) ma ne fa risaltare la potenza.

 

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