LA TIRANNIA DEL BENE

Con La congiura del Fiesco a Genova Friedrich Schiller concepisce una creatura estetica e teatrale a più facce.

È infatti un dramma storico, che si ispira a vicende reali tratteggiate tra l’altro con inusuale fedeltà, ed è insieme una tragedia politica dai toni macchiavelliani, riecheggiando in certi suoi passaggi e richiami (il dipinto della antica congiura mostrato al Fiesco, ad esempio) lo shakespeariano Giulio Cesare nel conflitto tra tirannia e libertà pubbliche, ma è anche, e forse soprattutto, una conflittuale commedia dei sentimenti, dell’amore che suo malgrado, e talora con esiti infuasti, interferisce e piega le vicende esistenziali a forze interiori non sempre controllabili.

Ed è in quest’ultimo suo aspetto che porta su di sé i segni e simboli di quel proto-romanticismo di area tedesca di cui Schiller, con Goethe, è indiscusso protagonista, la culla in fondo di quello Sturm und Drang che tanto influenzerà la cultura europea dal primo ottocento in poi.

Un testo dunque profondo e stratificato, che riesce ad amalgamare le sue diverse angolature significative in un unica e unitaria immagine dell’uomo alle prese con le spinte contrapposte di cui la Natura e la Storia lo circondano, e sempre alla ricerca di un esito migliore, di quel di più rispetto al mondo di cui è imbevuta, tra le altre, la ricerca del Faust.

Carlo Sciaccaluga, che ne è regista e traduttore, lo affronta con coraggio e con una certa sicurezza, incastonando i bellissimi slanci profondamente lirici del testo stesso in una sintassi piana e moderna, cui gli occasionali inserti in dialetto (lingua?) genovese conferiscono una immediatezza capace di ricondurre all’oggi gli innumerevoli suggerimenti, interiori, esistenziali e anche di convivenza, con cui questa tragedia di oltre duecento anni fa continua a sorprenderci.

Chissà? Tra qualche giorno Genova si riunirà virtualmente per eleggere il suo sindaco e magari questo evento letterario e teatrale saprà restituire della città, da sempre governata da famiglie (spesso le stesse da allora) ora alleate, ora in lotta tra di loro, ora vincenti o ora perdenti ma sempre al loro posto, una immagine più contemporanea di quanto si potesse pensare (oppure lo si pensava senza averne consapevolezza piena).

Ma è, io credo, nel confliggere dei sentimenti che questa drammaturgia riesce ad esprimere il meglio di sé, dando corpo e sostanza esistenziale a quegli altri conflitti che ineluttabilmente ci coinvolgono ma che, senza i primi, avrebbero meno senso.

Una messa in scena efficace, con una sorta di doppio palcoscenico, l’uno contrapposto all’altro, unito da una passerella che dà la sensazione quasi fisica dei conflitti e dei movimenti, delle relazioni e dei tradimenti, poiché in fondo la finzione della scena recupera con efficacia, quasi un teatro nel teatro, finzioni e infingimenti, menzogne più o meno a fin di bene che caratterizzano i comportamenti dei protagonisti.

Il contesto poi (è uno spettacolo all’aperto) valorizza ulteriormente la sua attrattività.

La qualità della recitazione è, per tutti, adeguata e sottolinea con coerenza la scala cromatica dei numerosi passaggi del testo. Una segnalazione particolare merita però Aldo Ottobrino (il ‘cattivo’ della narrazione: Giannettino Doria) per l’ironia, che conferisce alla sua interpretazione una profondità e una credibilità maggiore. Infatti lavorando con intelligenza sulla mimica e soprattutto sul colore della voce ha saputo attenuare un po’ il gridato che talora l’enfasi del racconto sembra suggerire.

Le musiche di Andrea Nicolini, insieme alla scenografia (senza oggetti di scena) e ai costumi di Anna Varaldo sostengono coerentemente il discorso scenico, ma soprattutto i movimenti coreografici di Alessandra Manari danno alla prossemica, singola e collettiva, un equilibrio ed una qualità ulteriore.

Se mi è permesso un ricordo personale, questo spettacolo è anche, io credo, un omaggio di Carlo Sciaccaluga al padre Marco, scomparso lo scorso anno, che nella stagione 2015/2016, dell’allora Stabile di Genova, di Schiller mise in scena una versione, bella e ben curata, di Intrigo e Amore. Tra l’altro in una intervista in allora rilasciata a Aldo Viganò per il volume dello spettacolo, così si espresse Marco Sciaccaluga circa la sua prima volta con Schiller: “Negli anni passati, avevamo sovente sfiorato l’idea di mettere in scena La congiura del Fiesco e personalmente mi piacciono molto tutti i suoi drammi…”

È il primo dei due spettacoli previsti nel nuovo spazio del Parco dell’Acquasola di Genova, una arena con duecento posti gratuiti che il Nazionale mette a disposizione della città in questo primo scorcio di estate.

Ripresa dello spettacolo già andato in scena l’estate scorsa nel centro storico di Genova, il 2 giugno e fino al 14 giugno.

 

La congiura del Fiesco a Genova di Friedrich Schiller, versione italiana Carlo Sciaccaluga. Regia Carlo Sciaccaluga, scene e costumi Anna Varaldo, musiche Andrea Nicolini, disegno luci Aldo Mantovani, aiuto regista Alice Ferranti. Produzione Teatro Nazionale di Genova.

Personaggi e interpreti: Andrea Doria, principe di Melfi Andrea Nicolini, Giannettino Doria, suo nipote Aldo Ottobrino, Fiesco, conte di Lavagna Simone Toni, Verrina, congiurato repubblicano Roberto Serpi, Borgognino, congiurato Francesco Sferrazza Papa, Calcagno, congiurato Davide Mancini, Lomellini, nobile genovese Silvia Biancalana, Muley Hassan, moro tunisino Rabii Brahim,

Eleonora, moglie di Fiesco Barbara Giordano, Giulia, sorella di Giannettino Doria Irene Villa,

Berta, figlia di Verrina Chiara Vitiello, Arabella, cameriera di Eleonora Melania Genna.

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Pubblicato su Rumor(S)cena.com. Foto di scena di Federico Pitto

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