Una congiura Superba

Con un ponte lanciato tra la cattedrale di San Lorenzo, tra due sponde di spettatori che riscoprono una storia più nota agli Inglesi Tedeschi che agli Italiani, Genova torna Superba: scandaglia un passato potente e feroce,  intrecciato,  nel Cinquecento,  agli equilibri politici della Liguria e dell’Europa, sospeso tra dittatura e sete di libertà repubblicana.

 “La congiura del Fiesco” dramma scritto da un ventiquattrenne Friedrick Schiller in pieno Sturm und drang, alla vigilia della Rivoluzione Francese,  prende finalmente il posto che gli spetta nella programmazione del Teatro Nazionale, con uno spettacolo che affonda le radici nel passato con piglio giovane e fresco:  intriso di amore e di sangue,  di Illuminismo e Romanticismo , di storia e di passioni e private, di uomini nati nell’esercizio della guerra, di donne capaci di capire al di là delle apparenze sociali e politiche.

E’ il segnale, anche per chi lo vedrà nella prossima stagione,  non più nella scenografia all’aperto di Piazza San Lorenzo ma su un palcoscenico “tradizionale”, di quanto e come il teatro possa far rinascere la cultura nel suo insieme.

Se ne parlava da trent’anni, da quando Ivo Chiesa doveva scegliere lo spettacolo destinato a inaugurare il teatro della Corte e,  nel corso delle passate stagioni, lo hanno ricordato la Tosse e Lunaria. Certamente , in questo momento, diventa un simbolo di ripresa per tutti.

I Doria e i Fieschi non hanno avuto la fortuna mediatica internazionale e, diciamolo anche cultural- turistica (senza nulla togliere togliere alla storia, ovviamente) dei Medici e dei Pazzi sullo sfondo di Firenze. Ma, come sottolineano tutti gli studiosi, in quella notte del  2 gennaio del  1549 che vide l’esplosione della congiura  e il suo fallimento si decisero le alleanze del mondo  di allora: il predominio sul Mediterraneo (e non solo),   la rivalità tra la Spagna, alleata dei Doria, e la Francia  sostenuta dai Fieschi che,  dopo un battaglia quasi vinta tra le strade di Genova, in Porto videro fallire il loro progetto.

Spettacolo potente affidato a un regista giovane,  il trentaquattrenne Carlo Sciaccaluga con interpreti giovani anagraficamente e artisticamente , come  i due grandi vecchi burattinai e il repubblicano Verrina , affidato a dodici attori che lasciano il segno come le musiche,  le luci, i costumi che sembrano risvegliare dai musei, con un colpo di bacchetta magica la grande pittura rinascimentale , “La congiura del Fiesco” grazie a Schiller è anche un’ appassionante storia di donne: Giulia Doria, innamorata proprio del Fiesco,  Eleonora Cybo, poetessa e umanista che merita di essere ristudiata, Berta Verrina, vittima di uno stupro.

Fedele al testo nella scelta dei personaggi, compreso l’ex prigioniero schiavo moro che lavora nel sottobosco dei tradimenti, lo spettacolo lo è anche nell’epilogo.

Secondo alcune versioni della storia,  Gianluigi Fieschi al termine di una notte di battaglie e di sangue, ormai vittorioso,  morì  saltando proprio sulla nave di Andrea Doria,  scivolando in mare,  inchiodato dalla pesantissima armatura ai fondali del porto. Beffa del destino poco funzionale alla passione repubblicana di Schiller.

Qui c’è invece, come si direbbe oggi,  una “manina provvidenziale”: di Verrina, quando capisce che il capo repubblicano tradirà i suoi ideali in nome del potere. Sarà interessante discutere sulla verità storica. Certamente quella drammatica è emozionante.

Ci sono anche anche battute in genovese  e non stonano tra le parole corrusche dell’autore dei “Masnadieri” Buona idea, naturalmente con attori di questo livello,  per ricordare che un idioma conosciuto a teatro,  in tutta Italia per l’irresistibile colore comico goviano ha anche una sua forza drammatica e che, dal Medioevo a Siglo de Oro, ha la lingua franca del Mediterraneo.

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