Prospettive mutevoli in uno spazio condiviso

Tra i registi più interessanti della scena internazionale, Thomas Ostermeier dirige la Schaubühne di Berlino dal 1999. Attento alla nuova drammaturgia, tedesca e straniera, tiene costantemente aperto un dialogo critico con gli autori, soprattutto dando fiducia alle nuove generazioni. Scoprire nuove voci e nuove strade per la comunicazione scenica, è uno dei compiti più urgenti del suo teatro.

Il teatro sta attraversando un momento di profonda crisi per la forzata chiusura dovuta alla pandemia. Che funzione sociale deve oggi rivendicare il teatro? Che rapporto può stabilire, in questo momento, con la società in generale, ed in particolare con la nostra comunità?

Non ho mai pensato che il teatro dovesse impartire degli insegnamenti al pubblico. La sua funzione è, piuttosto, quella di porre domande, non di fornire risposte. Può essere un’appassionata esplorazione di prospettive mutevoli in uno spazio condiviso e un’esperienza collettiva. Il grande regista inglese Simon McBurney, che sta lavorando a un nuovo spettacolo per la Schaubühne, ha chiamato la sua compagnia Théâtre de Complicité. Complicité/complicità è un termine estremamente suggestivo per definire la relazione così particolare tra pubblico e palco. Ma naturalmente, ora, con l’attuale situazione epidemica, i teatri, con senso di responsabilità, devono accettare di contribuire alla protezione dei gruppi sociali più vulnerabili.

La crisi sanitaria ha messo in discussione le relazioni tra le persone, a partire dalla distanza fisica. In che modo la scena deve ripensare al proprio spazio? Come è possibile ri-articolare lo spazio scenico?

Mentre provavamo La vita di Vernon Subutex di Virginie Despentes, nel pieno rispetto dei vincoli sanitari imposti dalla pandemia, in alcuni momenti ci siamo resi conto che è possibile creare intimità non solamente attraverso la vicinanza fisica. E nei lunghi monologhi narrativi abbiamo lavorato molto per creare una sorta di confidenza tra gli attori e il pubblico. Ma non direi che questi momenti abbiano un impatto generale e cruciale sull’utilizzo dello spazio.

In questa fase le persone si stanno forse disabituando ad uscire di casa, ed una parte del pubblico teatrale potrebbe avere paura a tornare in sala. Come ricostruire un rapporto di fiducia con gli spettatori? E come si può immaginare la socialità di domani rispetto al mondo del teatro?

Quando qui in Germania è iniziato il lockdown, alcuni dei nostri colleghi hanno espresso la loro preoccupazione rispetto alla possibilità che il pubblico potesse perdere il contatto con il teatro se la chiusura fosse durata troppo a lungo, che il teatro potesse essere dimenticato. A tal proposito io sono piuttosto ottimista. Negli ultimi mesi, attraverso i social media, abbiamo avuto così tante reazioni su quanto manchino al pubblico l’esperienza dal vivo, la complicità con il palco, le emozioni condivise che non vedono l’ora di ritrovare. Quindi, siamo impazienti di poter riaprire. Tuttavia, la pausa forzata e l’interruzione della nostra abitudine a produrre uno spettacolo dopo l’altro dovrebbero essere utilizzate fruttuosamente in funzione d’un processo di riconsiderazione del rapporto con il pubblico. Le questioni della rappresentatività e della diversità stanno diventando sempre più importanti. I nostri progetti rispondono ancora alle urgenze sociali? La composizione della nostra compagnia rappresenta ancora la realtà di una comunità ampiamente diversificata? Come possiamo raggiungere le persone al di là della bolla di una cultura alta ancora piuttosto borghese e consolidata? Se riuscissimo a usare questa pausa per affinare la nostra sensibilità al riguardo, la crisi derivante da un blocco così lungo avrebbe almeno un aspetto positivo.

In un momento di assenza dello spettacolo dal vivo, il teatro si sta confrontando con le nuove tecnologie della comunicazione, quali televisione, piattaforme, streaming. Come cambia l’arte della scena e la sua fruizione sociale in un mondo sempre più digitale?

Come molti altri teatri, la Schaubühne dall’inizio del primo lockdown ha realizzato programmi in streaming. Fortunatamente nei nostri archivi sono presenti molte registrazioni professionali di produzioni degli ultimi cinquant’anni, riprese principalmente da emittenti televisive. Persone di tutto il mondo hanno apprezzato moltissimo questa opportunità di conoscere il passato e il presente del nostro teatro: abbiamo avuto circa 560.000 spettatori in tutto il mondo, il che ci ha sorpreso molto. Ma ovviamente lo streaming non potrà mai sostituire l’esperienza dello spettacolo dal vivo. Sono stati fatti molti sforzi per creare format online innovativi e divertenti per riempire il vuoto determinato dalla chiusura dei teatri. Ad essere onesti, non sono molto sicuro di quanto questi format siano davvero promettenti per il futuro. D’altra parte, la digitalizzazione ha già avuto un enorme impatto sull’estetica del teatro degli ultimi anni. L’uso del video live offre l’opportunità di sperimentare nuove strutture narrative per la scena e trovo molto interessante esplorarne le potenzialità.

Come immagini il teatro del prossimo futuro? Che rapporto avranno i più giovani con il «qui e ora» della performance teatrale?

Ad essere realisti, credo che nei prossimi anni il teatro e la cultura in generale vivranno un periodo difficile. Soprattutto gli artisti free-lance, ma anche molte istituzioni dovranno lottare per la loro sopravvivenza economica e molti non riusciranno nemmeno a superare la crisi. Stiamo affrontando discussioni molto controverse su programmi di sostegno pubblico, stanziamenti, sussidi. Tuttavia, non sono preoccupato per la sopravvivenza del teatro in generale. Se guardiamo indietro nel tempo, ci rendiamo conto che nel XVI secolo, quando Londra fu colpita da una disastrosa epidemia di peste, nel decennio tra il 1603 e il 1613 i teatri furono chiusi per 78 mesi complessivi. Eppure, in termini di risultati artistici, l’epoca del teatro elisabettiano è stata una delle più feconde. Sono abbastanza fiducioso che anche nel prossimo futuro le nuove generazioni possano scoprire da sé l’esperienza così particolare dell’incontro «qui e ora» di uno spettacolo teatrale dal vivo.

 

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