Il senso della vita in una tana crudele

Una tana che, nella sua calda bestialità riverbera quasi a tradimento il mito platonico della caverna, accoglie gli spettatori de “I miei stupidi intenti”,  costringendoli a riflessioni quasi sempre sepolte sotto la coltre della quotidianità.

In scena tutti gli animali che popolano il romanzo di Bernardo Zannoni, un caso letterario che , qualche anno fa, aveva subito provocato richiami a Fedro, Esopo, Archiloco (ma anche divisioni tra i lettori), sono plasmati con straordinaria intensità da gli attori di Vico Quarto Mazzini che non cedono alla tentazione di inseguire inutili verosimiglianze. Vestiti dalla loro identità umana ,  restituiscono con immediatezza e verità la metafora contenuta in un percorso di formazione spietato, e le ferite che segnano qualsiasi percorso verso la conoscenza.

Lo spettacolo, coprodotto da Nazionale di Genova, Lac Lugano Arte e Cultura Sacarti CTI, Piccolo Teatro di Milano, Teatro D’Europa, Teatro Stabile dell’Umbria prevede un patto tacito ma inderogabile con lo spettatore: seguire la favola, l’apologo,  il caldo bestiario con stupore quasi verginale. Le considerazioni , laiche o suggerite dalla religione, verranno da sé, di fronte a un mondo che non fa sconti e a creature che non si rassegnano a una lotta nuda e cruda per  la sopravvivenza ma inseguono uno “stupido” capire di più.

 Archi, cucciolo di faina destinato ad avere la meglio su fratellini e sorelline più deboli ma non per questo attrezzato a un’ esistenza vincente,  si azzoppa e la madre , in  cambio di una gallina intera e della mezza carcassa di un’altra, lo cede alla volpe Salomon. Prima sorpresa, grande svolta , infinita maledizione: Salomon custodisce la grande chiave della superiorità degli umani: la conoscenza della parola e della scrittura, del libro dei libri, la Bibbia. Per la faina è l’inizio del riscatto e della condanna, dell’aspirazione all’eternità, a un senso da dare  al tempo e alle cose. L’epilogo coagula le grandi domande che via via ci è posti  e lascia spazio a discussioni che non di spengono con le luci del teatro.

Se l’uscita del libro ha propiziato la notorietà di  un giovane autore italiano, di quella generazione (under trenta ai tempi dell’uscita ) che anche in questo campo fatica più da noi che all’estero nel farsi strada, lo spettacolo consolida l’apprezzamento già conquistato da Vico Quarto Mazzini (Michele Altamura, Gabriele Paolocà, Linda Danlisi), ci dice che i riconoscimenti ottenuti con “La ferocia” , qualche stagione fa,  non sono stati , un fuoco di paglia.

Nel loro lavoro le scene di Daniele Spanò , i costumi di Nicola Damanti , le luci di Giulia Pastore sono elementi fondanti, accompagnano una commozione che convive con l’angoscia.

Giuseppe Cederna è al centro del racconto con una recitazione  intensa e mai sopra le righe

Leonardo Capuano, Jonathan Lazzini, Arianna Scommegna trovano sempre gli accenti giusti per esprimere un’umanità animalesca e una bestialità umana.

In questo teatro della crudeltà che trova una propria originalità rispetto a quello già codificato nel Novecento,  tutto sembra concludersi nel nulla ma uno spiraglio c’è: la scrittura , la memoria, la rappresentazione. I registi lo avevano detto durante le prove e l’intento si sarebbe potuto risolvere in una deriva narcisistica o autoreferenziale. Non è così, tutt’altro, e forse le si potrebbe concedere qualche sottolineatura in più , riconoscerne anche più esplicitamente la necessità.

Dopo le repliche al Modena di Genova “I miei stupidi intenti “sarà ripreso in autunno a Perugia, Milano, Torino, Bari, Lucca.

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