È morto Renzo Tian, critico di teatro. L’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro di cui è stato Presidente lo saluta con un ricordo firmato dal socio prof. Giuseppe Liotta.

Il Teatro come Spettacolo

La scomparsa di Renzo Tian all’età di 91 anni dopo una intera vita dedicata al teatro come critico, Direttore dell’Accademia Nazionale “Silvio D’Amico”, docente universitario, Presidente dell’Associazione Nazionale Critici di teatro dopo Roberto De Monticelli, Presidente dell’ETI, ma soprattutto la sua “solitudine” negli ultimi quindici anni mi porta a riflettere sulla caducità e “invisibilità” di un mestiere giornalistico strettamente legato ad una militanza continua, cessata la quale si finisce “in congedo”, e le centinaia di recensioni scritte, come foglie morte, vengono spazzate via, senza riguardi, dal vento delle nuove e urgenti fibrillazioni della comunicazione teatrale. Dubito, peraltro, che molte delle cose che oggi leggo riferite agli spettacoli dal vivo si possano a buon diritto chiamare ancora “recensioni”, sono per lo più “cronache”, cronistorie, divagazioni oniriche, fantasie, ma “recensioni” proprio no!, perché con Tian scompare pure quell’arte propria della “critica drammatica” che ha caratterizzato il teatro italiano della seconda metà del ‘900 e che ha avuto un ruolo assolutamente importante, per non dire decisivo, nell’affermazione di una cultura teatrale profonda e diffusa nell’Italia del dopoguerra e che arriva fino ai nostri giorni. Certamente anche gli studiosi, gli uomini di libri, gli artisti di scena, come quelli che recitavano o agivano sulle piazze, sulle strade, hanno avuto un ruolo determinante ma che sarebbe stato di una natura ancora più effimera e passeggera di quella che la sua operatività ed estetica comporta, se non ci fosse stato il corrispettivo riverbero in quello spazio quotidiano che la critica esercitava sullo spettacolo, o evento, rappresentato. Questa funzione critica, che era al tempo stesso interesse esclusivo per una forma d’arte in continuo movimento e mutamento, svolta con quella lucidità e passione che portava a differenze di opinioni, scontri verbali, a volte anche fisici, fra le persone, trovava nel breve scritto interpretativo e valutativo uno spazio enorme non tanto dal punto di vista del “giudizio” quanto in quello dell’affermazione di una idea di teatro, di una tendenza, di una consacrazione, di una promozione culturale più incisiva e più ampia.

Di questa maniera di intendere il proprio mestiere di critico teatrale, Renzo Tian ne è stato uno degli interpreti più razionali e fecondi. Allievo di Giovanni Macchia, ha ereditato dal suo insigne Maestro l’interesse per la cultura francese, in particolare per Molière, Artaud, Camus fino a Chéreau, Peter Brook, e a quanto di interessante veniva d’Oltralpe, che riusciva ad intrecciare con quella italiana alimentandole reciprocamente in un processo di libero e fertile scambio intellettuale. Ma non era uno “storico”, né un teorico, né un filologo, era soprattutto un fine letterato e scrittore: un uomo di penna che davanti alla macchina da scrivere riusciva a dare il meglio di sé. I suoi articoli, senza entrare nei giudizi di merito sulla rappresentazione, restano un esempio mirabile di quella che mi piace chiamare “recensione circoscritta”: non c’è niente di superfluo o esornativo; coglie e trascrive quello che gli è parso essenziale nello spettacolo, e intorno a questo spunto, intuizione, idea dominante costruisce il suo intervento nella maniera più impersonale e oggettiva possibile tanto da “nascondersi” dietro di essa per cedere il passo ai “fatti” importanti che ha visto, o intravisto; fermando la sua attenzione, insieme a quella dello spettatore/lettore sui particolari, sui dettagli, dopo avere evidenziato il tema più importante, il senso vero, originale, della messa in scena che trovava quasi sempre nella regia e negli interpreti, e a volte nei testi di autori contemporanei, il suo fuoco centrale. Ricordo l’entusiasmo per gli spettacoli di Ronconi, Massimo Castri, Missiroli, o Valeria Moriconi, Umberto Orsini, in cui ritrovava i riverberi dei grandi Attori e Registi più vicino alla sua formazione teatrale: Eduardo, Romolo Valli, Paolo Stoppa, Rossella Falk, Luigi Squarzina, Giorgio Strehler.  E per scrittori di teatro come Enzo Siciliano, Ugo Chiti, Giuseppe Manfridi, Renzo Rosso, Fabio Doplicher. Uno stile di scrittura limpido e concreto fatto di parole semplici ma perfette, “giuste”, frasi brevi, sintatticamente poco strutturate, come filamenti di una trama teatrale in continuo divenire, mai terminata, sempre aperta e disponibile a nuove e più diverse fascinazioni. Perché ciò che veramente conta per Tian è lo Spettacolo che in tutte le sue possibili e mutevoli forme ed espressioni si fa Teatro, unico e irripetibile. Ed è per questa ragione che accanto al Grande Teatro amava anche quello più semplice ed immediato del primo Benigni (che mi trascinò a vedere lo stesso spettacolo due volte), di Gigi Proietti, dei Fratelli Maggio.

Ma Renzo Tian è stato anche un uomo di potere, le tante prestigiose cariche istituzionali che ha ricoperto dagli anni ’70 alla fine del secolo scorso ci dicono di un uomo impegnato a rafforzare la gestione dell’attività teatrale nel nostro Paese. Negli anni in cui è stato Presidente dell’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro ha ideato e promosso una serie costante di iniziative culturali e Convegni sulla “drammaturgia”, sui Festival teatrali, sui giovani attori e registi, sui linguaggi del teatro, sul teatro in Sardegna, sulle politiche del teatro, i cui Atti sono stati tutti pubblicati in preziosissimi volumi e Quaderni, come quello in ricordo di Gerardo Guerrieri a pochi mesi dalla sua scomparsa. Ed anche quando fu nominato prima Commissario e poi Presidente di un ETI da rifondare – perché sostanzialmente per decenni si era limitata a produrre e distribuire spettacoli nei teatri nazionali -, forte e preciso, e perseguito con grande determinazione, fu il progetto di un rinnovamento che passasse attraverso varie attività di formazione e promozione culturale che ne cambiarono in positivo proprio la struttura e fisionomia. Insomma in lui era fondamentale l’idea di un teatro come “servizio pubblico” nella accezione più ampia e lungimirante del termine, che aveva ereditato dall’amico Paolo Grassi, e dall’esperienza del “Piccolo” di Giorgio Strehler; lui di origini venete, vissuto pienamente a Roma, che coltivava un suo sogno (bisogno) segreto di andare a lavorare a Milano, senza mai riuscirci.

Era un uomo inquieto, spesso insoddisfatto, che avrebbe potuto dare alla cultura teatrale italiana molto più di quanto ha dato se non avesse vissuto il suo mestiere di critico teatrale militante come un impegno esclusivo e totalizzante.

Sono infine certo che una pur breve raccolta ragionata delle migliaia di recensioni che ha pubblicato su “Il Messaggero” di Roma restituiranno a Renzo Tian quel rilievo considerevole di uomo di teatro e di intellettuale non pienamente riconosciuto nel corso della sua lunga e interessante vita professionale.  (Giuseppe Liotta)