Dalle manifestazioni performative e testuali nel Medioevo, al consolidamento dell’impresa industriale ottocentesca, le idee e i fatti dello spettacolo in Francia vengono ricostruiti e valutati nelle condizioni materiali, nell’evoluzione tecnica e organizzativa e nelle  prospettive artistiche e sociali. Il fenomeno è documentato cronologicamente in cinque parti, comprensive ciascuna di Panorama storico -Fonti e studiIl luogo e lo spazioL’evento e la messa in scenaL’attoreL’autore e il testo. Nella Premessa, le problematiche più complesse e controverse s’inseriscono nel dibattito attuale, con aggiornamento della terminologia e dei metodi della documentazione e della storiografia, riferite alle categorie culturali, linguistiche e socio-economiche. La coscienza della propria funzione riemersa nell’attore medievale evolve alla confluenza nella Renaissance delle Arti (Dalle origini al 1548). L’idea d’un ‘teatro’ senza luogo deputato e d’origine ‘religiosa’ (nato in chiesa ed esteso alla città), condivisa da una teoria evoluzionistica e secondo una visione teleologica, muta con le ricerche novecentesche sulle categorie di ‘sacro’ e di ‘profano’ e sugli eventi spettacolari reali. Le nuove ipotesi, debitrici verso discipline quali la sociologia e l’antropologia, la semiotica e l’informatica, valutano anche testimonianze extra-teatrali. La scena del popolo e il teatro dei potenti (1548-1680) studia le troupes itineranti nell’aspirazione a stabilizzarsi. Il sistema dei privilegi modella uno spettacolo al servizio del sovrano. L’esperienza esemplare di Molière, validata dalla stampa, valorizza lo statuto dell’attore e la funzionalità crescente dei luoghi teatrali. La richiesta di teatro gode delle condizioni economiche (Il gioco del teatro, dal Barocco all’Illuminismo, 1680-1789) e su quest’arte assume rilevanza la riflessione teorica. Organizzazione ed estetica trovano sintesi in LeKain, attore-vedetteDalla Rivoluzione all’Impero (1789-1815) documenta l’influenza dei mutamenti politici sul teatro usato come ‘giornale’ vivente, mentre le Arti appaiono funzionali al programma politico. Negli spazi della Città, l’arte d’élite cerca pubblici di massa, adeguando topografia e generi. Si intravede la figura del metteur en scène, autonoma da quella del régisseur. Talma si impone come vedettemonstre sacré che rivaleggia con l’Imperatore. Nell’Ottocento post-napoleonico (Teatralità industriale, dal dramma romantico al vaudeville, 1815-1887), l’attenzione che viene dai poteri e dal pubblico, produce legislazione e controllo. Arte e divertimento divergono allora in un Teatro specializzato e in uno oggetto di consumo. La tecnica produttiva e l’investimento finanziario conferiscono all’attore e all’impresario alto rango e nuovi ruoli sociali. 

Il nostro più agguerrito studioso di teatro francese, nonché raffinato critico teatrale,  fecondo drammaturgo di piècesdivertenti ed insolite e traduttore appassionato e instancabile di vari saggi e testi d’autore dal francese in italiano e viceversa, con questo impressionante, complesso e problematico volume, e che con modestia forse eccessiva ha voluto premettere al corposo “studio” sul teatro francese dell’intero Secondo millennio (dalle origini medievali al 1887) la parola “Introduzione”, mentre il libro è a tutti gli effetti una laboriosa e accurata storia dei “fatti teatrali” che hanno contribuito a costruire  un plausibile ritratto peculiare e scientifico del teatro in Francia che sembra avere tenuto sempre insieme in una comune idea di teatro manifestazioni spettacolari molto diverse fra loro e collocate in differenti spazi, al chiuso come all’aperto, declinate in modalità diverse nel corso dei secoli rispetto al luogo e al tempo storico-sociale di appartenenza ma tutte contraddistinte da una modalità di rappresentazione che ha i suoi fuochi centrali nello spazio/luogo di riferimento, nella figura dell’attore, e nel testo scritto. Il problema di una estetica teatrale che tende a farsi cronologia degli eventi , o storia e teoria dei medesimi, è continuamente presente nella ampia e documentatissima riflessione storiografica di Gianni Poli che fa appello a varie discipline  giuridiche, economiche, letterarie in un costante incrocio di prospettive metodologiche plurime e disomogenee che concorrono tuttavia ad ampliare e ridefinire i cinque Capitoli d’insieme su cui è strutturata la complessa opera. Che ha l’ulteriore pregio di tenere fermo nel suo fitto dialogare umanistico/filologico in una prospettiva, non solo storica, rovesciata la dimensione temporale dell’oggi, e lo stato degli studi contemporanei più avanzati sul tema delle Scienze della rappresentazione con particolare riguardo alle tesi di studiosi accademici come Le Goff, sul significato di “documento, Bloch e Fevbre, fondatori degli “Annales” di storia economica e sociale, Marco D Marinisa cui Poli rimane debitore della nozione di “storiografia” applicata e per finire a Raimondo Guarino la cui sentenza “la metodologia storica ha smantellato la centralità dell’evento”, ha illuminato il suo prodigioso e fondamentale lavoro. 

Giuseppe Liotta